lunedì 1 dicembre 2014

August in Tokyo di Nakagawa Ryūtarō (2014)

A questo indirizzo, trovate una mia recensione di Ai no chiisana rekishi (愛の小さな歴史, August in Tokyo) di Nakagawa Ryūtarō, un film sul caso, sul dolore e sulla speranza diretto da un giovanissimo regista.

Bon Lin di Kobayashi Keiichi (2014)

A questo indirizzo, trovate una mia recensione di Bon to Rin-chan (ぼんとリンちゃん, Bon Lin) di Kobayashi Keiichi, un film ambientato nel Giappone pop, rappresentato però con stile realista.

Hōzuki-san chi no aneki di Imaizumi Rikiya (2014)

A questo indirizzo, Una mia recensione di Hōzuki-san chi no aneki ( 鬼灯さん家のアネキ) di Imaizumi Rikiya, tratto da un manga yon-koma di Igarashi Ran.

The Buried Forest di Oguri Kōhei (2005)

A questo link potete trovare una mia scheda di Umoregi (埋もれ木, The Buried Forest) di Oguri Kōhei, regista poco prolifico ma autore di opere straordinarie.

giovedì 2 ottobre 2014

Birthright (Hashimoto Naoki, 2010)

A questo link, trovate la mia recensione, scritta per Sonatine, di Saitai (臍帯, Birthright) di Hashimoto Naoki. Alla fine scrivo che non mi ha entusiasmato pienamente ma, rileggendo la recensione, devo dire che un po' di entusiasmo traspare.

giovedì 11 settembre 2014

The Cowards Who Looked to the Sky (Tanada Yuki, 2012)

A questo link, trovate la mia recensione, pubblicata su Sonatine, di Fugainai boku wa sora wo mita (ふがいない僕は空を見た, The Cowards Who Looked To the Sky) di Tanada Yuki. Non uno dei migliori film della regista, ma comunque apprezzabile. 

mercoledì 10 settembre 2014

Pet Peeve (Nagae Toshikazu, 2013)

A questo link, trovate la mia recensione, pubblicata su Sonatine, di Fuan no tane (不安の種, Pet Peeve) di Nagae Toshikazu, tratto dall'omonimo manga di Nakayama Masaaki.

Seventh Code (Kurosawa Kiyoshi, 2014).

A questo link, trovate la mia recensione, pubblicata su Sonatine, di Seventh Code di Kurosawa Kiyoshi, che si è aggiudicato il premio alla regia allo scorso Festival del Cinema di Roma e che è una sorta di grosso videoclip sui generis realizzato per un singolo dell'ex AKB48 Maeda Atsuko.

Monsterz (Nakata Hideo, 2014)

A questo link, trovate la mia recensione, pubblicata su Sonatine, di Monsterz (モンスターズ) di Nakata Hideo, regista, tra le altre cose, di Ring e Dark Water, ma anche di Kaidan di cui avevo già parlato sul blog (qui).

Ikigami (Takimoto Tomoyuki, 2008)

A questo link, trovate la mia recensione, pubblicata su Sonatine, di Ikigami: The Ultimate Limit (イキガミ) di Takimoto Tomoyuki, tratto dall'omonimo manga di Matase Motorō pubblicato in Italia da Panini (ma non tradotto da me).

Hallo! Jun'ichi (Ishii Katsuhito, 2014)

A questo link, la mia recensione, pubblicata su Sonatine, di Hallo! Jun'ichi (ハロー!純一 , Hello! Jun'ichi) di Ishii Katsuhito, visto all'ultima edizione del Far East Film Festival.

il futuro del blog

Direi che a questo punto risulta perfettamente chiaro che non ho la costanza di tenere un blog mio. Ma voglio continuare a usarlo come archivio in cui raccogliere le cose che scrivo altrove. Inizio col rimettermi in pari, riportando un po' di recensioni pubblicate su Sonatine negli ultimi mesi.

giovedì 29 maggio 2014

Bilocation (Asato Mari, 2013)

Nei giorni scorsi mi sono dimenticato di aggiornare il blog. Comunque a questo indirizzo trovate una mia recensione, uscita un paio di settimane fa, di Bilocation di Asato Mari, regista di un altro film visto di recente, Gomennasai, che, per quanto derivativo, avevo apprezzato nel suo tentativo di recuperare lo spirito del J-Horror della seconda metà degli anni Novanta. Questo è animato da intenzioni simili ed è forse più ambizioso, ma nel complesso meno riuscito. Visto al 16° Far East Film Festival, anche se in sala video in quanto proiettato successivamente alla mia partenza.

mercoledì 14 maggio 2014

The Snow White Murder Case (Nakamura Yoshihiro, 2014)

Ecco qui la mia recensione per Sonatine di Shirayuki hime satsujin jiken (The Snow White Murder Case) di Nakamura Yoshihiro, proiettato durante la sedicesima edizione del Far East Film. Di cinque film giapponesi visti al festival, tre meritavano particolarmente, e questo è uno.
Degli altri due, il durissimo The Devil's Path di Shiraishi Kazuya e Tamako in Moratorium di Yamashita Nobuhiro, regista a me particolarmente caro che con questo film prosegue il percorso di ritorno alle origini avviato nell'altrettanto bello Drudgery Train (che ho recensito qui), trovate qui e qui le recensioni di Dario Tomasi.
I due meno meritevoli li recensirò a breve.

lunedì 12 maggio 2014

Luoghi e creature d'Oriente: dal fantastico alla fantascienza


Domani parteciperò a un seminario interdisciplinare su fantastico e fantascienza in Oriente organizzato dal Dipartimento Studi Umanistici dell'Università di Torino. Trovate il programma completo a questo indirizzo.

Per quanto mi riguarda, parlerò del fenomeno del J-Horror. In particolare, delle dinamiche tra passato e presente che si sviluppano sia a livello di intreccio sia nel rapporto tra temi, figure e iconografie appartenenti alla tradizione, e il contesto contemporaneo in cui esse prendono vita.

lunedì 28 aprile 2014

Udine Far East Film Festival 16, 28-04-14

Fino a domenica sera ero così preso dal lavoro che mi sono dimenticato di scrivere che da ieri sarei tornato, dopo sette o otto anni (non ricordo bene) al Far East Film Festival di Udine, evento di culto tutto dedicato al cinema popolare asiatico e giunto ormai alla sedicesima edizione.
Il ritorno a Udine dopo tanti anni è stato piacevole e ha rievocato un sacco di bei ricordi. L'atmosfera che si respira qui è, come al solito, estremamente vivace e accogliente, quindi mi fa davvero piacere essere di nuovo qui.
Essendo arrivato tardi, ieri ho fatto in tempo a vedere giusto gli appuntamenti serali: il cinese Black Coal, Thin Ice di Diao Yinan, e l'hongkonghese 3D Naked Ambition di Lee Kung-lok. Il primo, per quanto abbia vinto l'Orso d'Oro a Berlino, mi è piaciuto solo a tratti. Ho apprezzato la struttura raggelata, spezzata e non lineare che se ne sbatte delle logiche della suspense (difatti si capisce dopo un minuto l'identità del colpevole). Però nulla che mi abbia fatto gridare al capolavoro: alcune belle sequenze buttate lì così, tra alti e bassi, tra personaggi che fanno cose spinti da non sia bene cosa e accenni (pochi ma non troppo sottili) di retorica nostalgica sulla nuova Cina rampante. Sarà anche stata la stanchezza del viaggio, sarà stato il mal di testa, ma non ho capito bene i motivi di tanto entusiasmo. Immensamente meglio del secondo, comunque: una puerile commedia sexy che non fa quasi mai ridere (almeno a me, perché mi è sembrato che la sala apprezzasse), e che deve il suo essere sexy più ai corpi delle sue protagoniste che non alle qualità della regia. Ho riso di più durante la presentazione dell'attore protagonista Chapman To, forse un po' troppo gigione ma simpatico. Per il resto, insulsaggine e noia. Confido nella giornata di oggi!

sabato 19 aprile 2014

Sisters of Musashino Line (Yamamoto Jun'ichi, 2012)

Mese davvero infernale a livello lavorativo, senza contare che poi ci sarà il Far East e un seminario sul cinema fantastico a metà maggio a cui parteciperò con un breve intervento sul J-Horror (poi magari ne parlo più approfonditamente). Quindi di scrivere di ciò che sto vedendo non se ne parla, ma ciò non significa che siano mancate le visioni interessanti, soprattutto nel campo dell'horror e del thriller. Cito solo The Neighbour N.13 di Inoue Yasuo (2004), The Black House di Morita Yoshimitsu (1999), Gomennasai di Asato Mari (2012) e soprattutto Shady di Watanabe Ryōhei (2012). Ai quali si aggiunge il divertentissimo Why Don't You Play in Hell? di Sono Sion (2013), in cui si versa parecchio sangue ma che con l'horror non c'entra niente. Spero di avere il tempo di scrivere due righe su queste opere, in misura diversa tutti meritevoli, prima o poi. Nel frattempo, vi lascio il link di una mia recensione su un film che è davvero una robetta abbastanza insignificante (a tratti pure irritante, devo dire), ma che fa comunque parte di un filone importante a livello commerciale, in questa particolare epoca del cinema giapponese (vedi il post qui sotto). Il film è Sisters of Musashino Line di Yamamoto Jun'ichi (2012), e trovate la mia recensione qui, come sempre su Sonatine.

venerdì 4 aprile 2014

Man/Ei-GA: intermedialità fumetto-cinema nel Giappone contemporaneo

Ieri è uscito su Cinergie un pezzo che ho scritto lo scorso inverno sullo stretto rapporto che il cinema giapponese, sin dalle sue origini ma in particolar modo nel corso degli ultimi dieci-quindici anni (che è appunto il periodo trattato nel saggio), ha instaurato con il manga. Un legame che non si manifesta soltanto nel dilagante fenomeno delle trasposizioni cinematografiche da fumetto, ma si esprime anche nell'aderenza a generi di estrazione non propriamente cinematografica, nonché tramite una palpabile influenza su contenuti, costruzione dei personaggi e bagaglio estetico di una porzione niente affatto irrilevante di film. La vastità del fenomeno esigerebbe senz'altro un'analisi più approfondita, ma il mio breve scritto si pone innanzitutto l'obiettivo di gettare le fondamenta di un discorso su quello che forse è il fenomeno commerciale più evidente del cinema giapponese contemporaneo, partendo dalle dovute premesse che un simile argomento richiede.
Il pezzo lo trovate qui e spero che vi piaccia.

giovedì 27 marzo 2014

Tre film (Kobayashi, Toyoda, Ōmori)

In questo periodo, purtroppo, ho poco tempo per scrivere di cinema, sia qui che su Sonatine. Ciò non significa che abbia smesso di vedere film. Così alterno J-horror raramente capaci di sorprendermi (per ora, tra quelli usciti dopo la metà dei Duemila, direi che emergono solo Noroi Occult di Shiraishi Kōji) a qualcosa di diverso. Perché mi stanno bene i fenomeni interessanti più nell'insieme che per la qualità delle singole opere (tali sono appunto il filone ormai inaridito del J-Horror e il boom dei film tratti da manga, fatte ovviamente le dovute eccezioni), ma ogni tanto sento il bisogno di guardare altrove. Così ho recuperato tre film di altrettanti autori tra i più meritevoli di attenzione, nel panorama del cinema giapponese contemporaneo.

Il primo è Wakaranai: Where Are You? (2009) di Kobayashi Masahiro, una drammatica storia di perdita e abbandono (non solo da parte dei genitori, ma anche e soprattutto della società e delle istituzioni) che ha per protagonista un adolescente tanto fragile quanto determinato, lucidamente consapevole della propria condizione di orfano e reietto, e allo stesso tempo confuso e smarrito circa il proprio avvenire. La macchina da presa, manovrata a spalla, gli sta addosso inseguendolo mentre vaga qua e là guidato dall'istinto di sopravvivenza, per abbandonarlo anch'essa, infine, al proprio incerto destino. Un'inquadratura in particolare ho trovato struggente: quella in cui le sue mani afferrano quella della madre morta, con l'azzurro della barca da lui stesso dipinta a fare da sfondo.


L'isolamento dalla società (volontario, in questo caso) è anche il tema portante del secondo film visto: Monsters Club (2012) di Toyoda Toshiaki, autore che avevo trascurato dopo Pornostar e Blue Spring. Questa sua fatica recente, ambientata in una buia e solitaria baita di montagna immersa in un accecante paesaggio innevato, è chiaramente un film più maturo. In particolar modo ho trovato folgorante la parte iniziale, che prelude alla progressiva saturazione degli spazi da parte dei fantasmi che affollano la mente del protagonista. Un film che merita senz'altro una seconda visione, più approfondita. Nel frattempo, rimando alla scheda di Matteo Boscarol per Sonatine.

Il terzo è The Ravine of Goodbye (2013) di cui trovate una recensione di Dario Tomasi, sempre su Sonatine. Del regista Ōmori Tatsushi avevo visto in passato la sua opera d'esordio: il durissimo The Whispering of the Gods (2005). In questo suo ultimo lavoro i colpi allo stomaco sono assestati in maniera più sottile, ma giungono maggiormente in profondità. Storia di violenze, peccati originali e coppie alla deriva, The Ravine of Goodbye affronta il tema dello stupro in maniera né banale, né puramente decorativa, con esiti tutt'altro che consolatori come a un certo punto si sarebbe portati a pensare. Lo fa attraverso personaggi che mostrano nello sguardo le tracce indelebili dei traumi del passato, e che, pur gravati dal peso di dubbi cruciali, proseguono con ciò che resta delle proprie vite operando scelte difficili e dolorose.

venerdì 14 marzo 2014

J-Horror Theater

Nelle scorse settimane ho completato la visione del cosiddetto "J-Horror Theater", il progetto di sei film (pensato dallo storico produttore del genere Ichise Takashige - Ring, Dark Water, The Grudge) di cui Kaidan di Nakata Hideo, recensito poco più sotto, fa parte. Così, tanto per vedere cos'era stato combinato nel campo del J-Horror nel corso dell'ultimo decennio, dal momento che me ne ero quasi del tutto disinteressato dopo l'indigestione fatta in passato e, soprattutto, dopo i primi segnali che, già nei primi anni Duemila, lasciavano presagire l'inevitabile inaridirsi del filone. Poco alla volta scriverò delle singole recensioni per Sonatine. Per ora segnalo che qualche giorno fa è uscita quella di Premonition di Tsuruta Norio, regista che nel decennio scorso non si è particolarmente distinto, ma di cui ho recuperato con piacere e un po' di sorpresa alcuni dei lavori degli anni Novanta nel campo del V-Cinema - i tre Honto ni atta kowai hanashi  (1991-1992!) e Bōrei gakkyū (1996) - in ragione dei quali è giustamente considerato un pioniere del genere. Qui mi limito a un commento molto generico sull'operazione di Ichise in sé.
Il livello dei singoli film oscilla dal buono al discreto nei casi migliori, ovvero quelli dello stesso Kaidan a cui si aggiungono Retribution di Kurosawa Kiyoshi (che avevo visto all'epoca della sua uscita, ma che conto di riesaminare a breve) e Reincarnation di Shimizu Takashi. Nei casi peggiori, invece si passa dalla pur dignitosa mediocrità di Premonition all'irritante sciatteria di Infection, concludendo con il senso di rammarico per lo scadente  risultato di The Sylvian Experiments, girato dallo sceneggiatore di Ring e Dark Water Takahashi Hiroshi e senza dubbio il più velleitario dei sei.
Un progetto, come ho già scritto, realizzato fuori tempo massimo giusto per raccogliere quel che ancora restava da grattare dopo i sequel, i cloni, i remake, le contaminazioni intermediali e le varie emanazioni locali, asiatiche e internazionali. È abbastanza evidente che il senso dell'operazione era quello di sfruttare l'ondata di interesse per l'horror asiatico sollevatasi sotto la spinta dei remake hollwoodiani, per ribadire su scala internazionale la paternità del genere e chiudere così il cerchio. Idealmente, se ne fossero usciti dei capolavori alla Dark Water o Pulse, sarebbe stata la chiosa perfetta. Un modo pulito per riportare Sadako e compagnia bella a casa dopo il suo viaggio in giro per il mondo. Purtroppo i registi sembrano i primi a essere consci del fatto che, giunti a quel punto, il J-Horror non aveva più niente da dire, vista la poca convinzione che profondono nei rispettivi contributi. I quali, anche nei casi più riusciti, non raggiungono il livello delle loro opere precedenti. Insomma, esattamente la roba un po' forzata che ci si poteva aspettare da un progetto del genere. Il J-Horror era nato in seno a realtà minori e a basso budget come i film per la TV o per il mercato video: realtà produttive caratterizzate da un'agilità, da un'immediatezza e da una povertà di mezzi che erano esse stesse ingredienti essenziali della sua ricetta di successo. I progetti in grande stile, salvo eccezioni, forse non gli si addicono troppo.